Ci sono funghi che passano quasi inosservati, e poi ci sono le mazze di tamburo. Quelle no. Quando le vedi sul banco del mercato attirano subito l’attenzione: da giovani ricordano una bacchetta allungata, poi si aprono fino a diventare grandi cappelli che sembrano piccoli ombrelli.
Per me hanno anche un sapore di ricordo. Da piccola andavo a funghi con mio padre e, quando le vedevo spuntare nel bosco, così alte, sottili e con quel cappello enorme, ero convinta che fossero velenose. Mi sembravano troppo strane per essere buone, quasi funghi da favola, di quelli che non si toccano. Solo crescendo ho scoperto che la mazza di tamburo è uno dei funghi più apprezzati in cucina. E quel ricordo mi ha lasciato una lezione che porto ancora con me: con i funghi l’aspetto inganna sempre, in un senso e nell’altro.

Oggi le compro dal fruttivendolo, e ho imparato un’altra cosa: non scelgo automaticamente quelle più grandi. Le dimensioni colpiscono l’occhio, ma è la freschezza a fare davvero la differenza nel piatto.
Che cosa sono le mazze di tamburo
La mazza di tamburo, il cui nome scientifico è Macrolepiota procera, è uno dei funghi più scenografici che si possano incontrare. Da giovane ha una forma chiusa e slanciata, che ricorda proprio una mazza; con la maturazione il cappello si apre fino a diventare molto ampio.
Una delle sue caratteristiche più interessanti riguarda la struttura: il cappello è tenero e piacevole da mangiare, mentre il gambo è decisamente fibroso e coriaceo. Ed è proprio questa differenza a guidare il modo in cui la uso in cucina.
Come le scelgo dal fruttivendolo
Prima guardo il cappello
La prima cosa che osservo non è la dimensione, ma lo stato generale del cappello. Cerco esemplari integri, senza parti rovinate, molli o troppo umide. Non mi aspetto la perfezione, perché i funghi sono ingredienti delicati, ma voglio che abbiano un aspetto fresco e sano. Se il cappello è schiacciato, viscido o molto deteriorato, passo oltre.
Poi controllo le lamelle
Dopo il cappello guardo sempre la parte inferiore: le lamelle mi aiutano a capire quanto il fungo sia fresco e ben conservato. Quando il prodotto è venduto regolarmente e già identificato, questo per me è solo un controllo di freschezza, non un modo per riconoscere la specie. Quella è una questione completamente diversa.

I funghi troppo umidi non mi convincono
Evito sempre i funghi visibilmente bagnati, molli o con zone deteriorate. La freschezza si capisce spesso dai piccoli dettagli: a volte basta guardare il fondo della cassetta, o gli esemplari rimasti sotto quelli in superficie, per capire come è stato conservato il prodotto.
Con i funghi la sicurezza viene prima di tutto
Ripenso spesso a quella bambina che giudicava i funghi dalla forma. Aveva torto sulle mazze di tamburo, ma l’errore poteva andare anche al contrario: esistono funghi velenosi, alcuni anche molto pericolosi, che possono assomigliare a funghi commestibili. Tra questi ci sono anche alcune piccole Lepiota, parenti lontane della mazza di tamburo. Per questo le mie regole sono semplici:
- compro solo da canali regolari e controllati, mai da venditori improvvisati;
- se qualcuno mi regala funghi raccolti, o se li raccolgo io, li faccio controllare dall’ispettorato micologico della ASL, che offre questo servizio gratuitamente;
- non improvviso mai il riconoscimento, nemmeno con foto, app o “ne ho visti tanti così”;
- le mangio sempre ben cotte, mai crude, come tutti i funghi selvatici.
Riconoscere un fungo non è una questione di esperienza in cucina: è una questione di sicurezza alimentare. E con i funghi la prudenza non è mai eccessiva.
Perché preferisco il cappello al gambo
La risposta è semplice: la consistenza. Il cappello è la parte più interessante dal punto di vista gastronomico: dopo la cottura resta piacevole da mordere e si presta perfettamente alla preparazione che preferisco. Il gambo, invece, è troppo fibroso per essere mangiato così com’è. Non lo considero un difetto, è semplicemente la natura del fungo. Quando cucino cerco di valorizzare le caratteristiche migliori di un ingrediente, non di costringerlo a fare qualcosa per cui non è adatto.
Come le pulisco
Appena le porto a casa le controllo di nuovo. Poi stacco il gambo, che si sfila facilmente, e pulisco il cappello con un pennellino morbido e, solo dove serve, con un panno appena umido. Non le lavo sotto l’acqua: come tutti i funghi le mazze di tamburo sono spugnose, assorbono acqua e poi in cottura perdono consistenza. È lo stesso metodo che uso per pulire i funghi porcini senza lavarli sotto l’acqua.
Non trasformo però la pulizia in un’operazione infinita: mi interessa partire da un prodotto pulito e fresco. E una volta pulite le cucino in tempi brevi, senza lasciarle per giorni in frigorifero.
Perché le preparo panate e fritte

Tra tutte le preparazioni possibili, quella che continuo a preferire sono le mie mazze di tamburo panate e fritte con salsa leggera alla paprika. È un modo tradizionale di cucinarle, diffuso in tante zone d’Italia, e il motivo è semplice: la panatura valorizza perfettamente il cappello. Fuori si crea una superficie croccante, dentro resta la consistenza morbida e particolare del fungo. È uno di quei casi in cui la tecnica non serve a nascondere l’ingrediente, ma a metterlo in evidenza.
Le passo nella farina, poi nell’uovo sbattuto e infine in un pangrattato integrale insaporito con un po’ di Parmigiano e paprika. Le friggo poche alla volta, in olio ben caldo ma non fumante, un paio di minuti per lato, e le scolo su carta assorbente. È una frittura vera, quindi per me resta un piatto da gustare ogni tanto, con piacere.
La panatura non deve coprire tutto
È una regola che seguo sempre: una buona panatura deve accompagnare il fungo, non sostituirlo. Se lo strato diventa troppo spesso sento soltanto pane e crosta; se invece è equilibrato ottengo il contrasto che cerco senza perdere la personalità del cappello. È una differenza sottile, ma si percepisce al primo morso.
La salsa alla paprika ha un ruolo preciso
Anche nella salsa cerco equilibrio. La preparo con yogurt greco, un po’ di senape, succo di limone e paprika dolce: fresca e leggermente speziata, si abbina bene alla panatura senza appesantirla. La servo sempre a parte, così ognuno decide quanta usarne e il fungo resta croccante più a lungo.
Gli errori che cerco di evitare
- Lasciare i funghi per giorni in frigorifero prima di cucinarli.
- Considerare la grandezza una garanzia di qualità.
- Pensare che la cottura possa correggere un prodotto di partenza scadente.
- Lavarli sotto l’acqua corrente.
- E soprattutto improvvisare il riconoscimento di funghi raccolti spontaneamente.
Come le servo
Il momento ideale per mangiarle è appena preparate: la panatura è ancora croccante, il cappello mantiene la sua consistenza e la salsa resta fresca. Mi piace accompagnarle con un contorno semplice di stagione, senza complicare il piatto. Perché la verità è che la mazza di tamburo ha abbastanza personalità da reggere il centro della scena da sola.
Il mio consiglio finale
Se c’è una cosa che ho imparato con le mazze di tamburo è questa: la ricetta viene dopo la scelta dell’ingrediente. Prima osservo il prodotto, controllo freschezza e qualità, scelgo i cappelli migliori. Solo dopo penso alla padella, alla panatura e alla salsa.
Quella bambina che nel bosco le guardava con sospetto non lo sapeva ancora, ma aveva intuito una cosa giusta: con i funghi non bisogna mai fidarsi delle apparenze. Oggi le mazze di tamburo sono tra i funghi che preferisco, e per me il modo migliore di gustarle resta lo stesso: un cappello fresco, una panatura ben fatta e una salsa leggera che accompagna senza rubare la scena.

